RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Archeologia

Uomini all’ombra del vulcano

Abbiamo incontrato il Prof. Mario Federico Rolfo, docente di Protostoria presso l'Università degli Studi di Roma "Tor Vergata", che da anni svolge la sua attività di ricerca nell'area Albana in stretta collaborazione con i geologi (Progetto di ricerca 2005-2007 tra INGV-CNR-IGAG- Univ. Tor Vergata), per farci illustrare cosa accadde nel nostro territorio in tempi assai remoti e in particolare per capire come la presenza del vulcano abbia influito nei processi di antropizzazione dei colli Albani.
Il Prof. Rolfo ha sottolineato l'ambivalenza del rapporto uomo-vulcano riscontrabile in qualsiasi periodo e latitudine: le difficoltà di dover sopravvivere in un territorio dominato dalla presenza incombente di un vulcano caratterizzano in modo indelebile l'evoluzione della presenza umana. L'interazione uomo-vulcano crea, infatti, un binomio che ha avuto alterne fortune: non sempre l'attività parossistica del vulcano ha allontanato l'uomo; a volte, invece, ha creato le basi per una antropizzazione ancora più intensa dell'area interessata. Nell'ambito albano ci si accorge che la presenza dell'uomo di età preistorica non è stata sempre lineare, ma strettamente legata all'attività del vulcano stesso.
Per capire meglio il quadro evolutivo dobbiamo suddividere la nostra analisi in periodi, partendo dal Paleolitico inferiore. Di questo periodo l'area Albana ha restituito scarse testimonianze archeologiche, proprio a causa dell'attività parossistica del distretto vulcanico albano, il cui avvio è da collocarsi intorno ai 700.000 anni fa. Se da un lato l'attività di deposizione di ceneri e scorie vulcaniche ha modificato in maniera significativa la morfologia dell'area, creando elevazioni che raggiungono attualmente i 900 mt. di quota, andando inoltre a coprire le testimonianze di una precedente presenza umana, dall'altro ha reso l'ambiente così poco ricettivo da ridurne la frequentazione umana. Labili tracce di tale presenza sono fornite dal ritrovamento di un'amigdala e di un picco in lava vulcanica, provenienti dal centro urbano di Albano.
Più frequentata è invece l'area pontina tra Aprilia e Latina, dove a Quarto delle Cinfonare, lungo le sponde del fiume Astura, è stato indagato un paleosuolo, che ha restituito industria litica su ciottolo, attribuita ad un arco temporale che va dai 500.00 ai 300.000 anni fa. Un grande accumulo di fauna e manufatti litici, attribuito all'Acheuleano recente, sono stati scoperti a Campoverde (Aprilia) e a Valloncello (Cisterna di Latina). Sulla costa, inoltre, si trovano il sito di Le Ferriere (Nettuno) con industrie a bifacciali acheuleane e l'importante sequenza stratigrafica dell'area di Tor Caldara (Anzio), che va dal Paleolitico inferiore al medio.
Nel Paleolitico medio, l'uomo di Neanderthal ha lasciato numerose testimonianze nel Lazio: a ridosso dell'area albana e nella pianura romana e pontina sono segnalati numerosi rinvenimenti di superficie di oggetti in pietra abbandonati, che testimoniano il movimento dei gruppi umani per svolgere attività di caccia e di raccolta di prodotti naturali in un' area vulcanica che per natura geologica non possiede ripari naturali. Il quadro che ne risulta è di una forte presenza umana, in un'area di circa 4.200 Km² delimitata verso l'interno dal massiccio vulcanico albano e dalle catene calcaree dei Lepini-Aurunci, a nord dall'alveo del paleotevere e a sud dall'isolato massiccio calcareo del Circeo. Qui l'uomo di Neanderthal ha trovato le condizioni ideali, una nicchia ecologica, per poter sopravvivere al meglio per più di 70.000 anni, sviluppando un'alta adattabilità all'ambiente e un sistema economico di sfruttamento del territorio.
Nel Paleolitico superiore l'antropizzazione nel Lazio ha una dinamica assai differente rispetto al periodo precedente. Si prediligono le aree interne, mentre la costa vede una frequentazione che va scemando nel tempo, segno di strategie insediamentali diversificate della nuova specie umana e di attività economiche variate. Anche la caccia subisce delle modifiche rispetto ai periodi precedenti, quando era ridotta a poche specie (soprattutto il cervo). E' proprio in questo periodo (intorno ai 35.000 anni fa, Fase III - Idromagmatica, databile tra 70 - 40/36 mila anni fa) che è documentata una ripresa dell'attività vulcanica del complesso Albano, con il conseguente peggioramento delle condizioni ambientali.
Nel Neolitico il Lazio non presenta una documentazione consistente: nonostante la situazione favorevole delle condizioni dell'area meridionale (pianura Pontina), le testimonianze neolitiche sono estremamente rare (forse anche a causa delle imponenti opere di bonifica del territorio effettuate durante il secolo scorso) ed estranee all'area costiera pontina e a quella albana.
La situazione sembra non cambiare molto durante l'Eneolitico, quando l'area albana si caratterizza per una frequentazione discontinua. Materiali di tombe isolate sono stati rinvenuti in località Pantano de Griffi; reperti sporadici, come un'ascia in rame, lamelle in ossidiana e un frammento di pietra levigata, provengono dal monte dei Ferrari. L'unico abitato è stato individuato in località Colle Mattia. L'area extracalderica, nel settore nord - est (piana di Ciampino), è oggetto di una frequentazione non occasionale: sono testimoniati villaggi e tombe plurime nei siti del Comprensorio di Torre Spaccata, via Lucrezia Romana, Osteria del Curato-via di Cinquefrondi, Ponte delle Sette Miglia. Questa anomala concentrazione può essere spiegata con la dinamica geologia dell'area, ove dopo l'ultima fase di attività vulcanica, sono avvenuti fenomeni di sovralluvionamento e deposizione sineruttiva di lahar vulcanici, che hanno favorito l'instaurarsi di condizioni pedologiche favorevoli ad uno sfruttamento agricolo dell'area.
Per concludere, possiamo riassumere che ad una interazione diretta vulcano/uomo, in cui, a causa dell'attività vulcanica, i prodotti piroclastici hanno coperto direttamente le testimonianze antropiche (paleolitico inferiore - medio: area intracalderica), è seguita una interazione indiretta vulcano/uomo, con evidenti esiti positivi: i prodotti piroclastici hanno prodotto suoli e conseguentemente ecosistemi favorevoli allo stanziamento di attività umane acquisitive (paleolitico medio/superiore) e produttive temporanee (eneolitico: area extracalderica settentrionale - piana di Ciampino). Conseguenza negativa si manifesta nei prodotti piroclastici pedogenizzati, che producono suoli inadatti per un'economia produttiva agricola (neolitico).
Gli uomini preistorici, quindi, sono riusciti sostanzialmente a stabilire un rapporto positivo, anzi meglio "produttivo", con il vulcano, sfruttando abilmente l'alternarsi di periodi di attività parossistica a periodi di quiete, dimostrando una grande capacità di adattamento.

Per la rubrica Archeologia - Numero 79 marzo 2009
Maria Barbara Savo |
Per la rubrica Archeologia - Numero 79 marzo 2009